A ottobre 2024 si terrà a Napoli la quinta edizione della Biennale della Prossimità. Manca ancora quasi un anno ma la strada verso Napoli è già fitta di impegni e appuntamenti che saranno decisivi per plasmare l’evento. Ne abbiamo parlato con Marta Battoni, responsabile del coordinamento nazionale delle attività della Biennale, e Daniele Ferrocino, responsabile raccolta fondi e partnership.
Che cos’è la Biennale della Prossimità?
È un percorso, costantemente in divenire. Soprattutto è un percorso condiviso, inclusivo, aperto al contributo di tutti i partner, organizzazioni e singoli, enti e istituzioni, associazioni e imprese, che vogliono aderire. La tre giorni di Napoli rappresenterà l’epilogo di questo percorso. E l’inizio di quello successivo.
Perché la “prossimità”? E perché un evento biennale?
Per rispondere facciamo qualche passo indietro. Quando siamo partiti a immaginare questo progetto, nel 2012-13, cercavamo di aggregare cose molte diverse, che in qualche caso ci vedevano protagonisti, in altri ci incuriosivano. Erano gli anni ad esempio in cui partivano in Italia i primi Empori della Solidarietà, le prime Social street, in cui nascevano comunità ed esperienze intorno a temi quali la resilienza, la rigenerazione dell’economia, la ricerca di modelli diversi di sviluppo. Si avvertivano forti affinità fra di esse, ma era difficile individuare esattamente cosa le accomunasse. È allora che ci siamo accorti che il fil-rouge poteva essere proprio la prossimità, all’epoca un termine abbastanza di nicchia che poi è diventato di uso corrente soprattutto quando ne ha preso a parlare con continuità Papa Francesco. Ma come si poteva definire la prossimità? Questa domanda ci ha spinto ad avviare percorsi, a organizzare incontri che ci hanno condotto fino a qui. Quanto alla periodicità biennale, essendo un’iniziativa innovativa e completamente da strutturare, sarebbe stato problematico pensare di organizzarla ogni anno. In ogni caso i primi passi ci diedero grande fiducia: nella prima edizione, a Genova nel 2015, ci eravamo posti come traguardo una quarantina di partecipanti. Ne intervennero 120. Quello ci fece capire che era un’idea che aveva un senso e meritava di essere consolidata.
Le tappe delle varie edizioni della Biennale (Genova 2015, Bologna 2017, Taranto 2019, Brescia 2022, Napoli l’anno prossimo) sembrano quasi disegnare un “giro d’Italia della prossimità”: è così?
In un certo senso sì. Perché alla base c’è appunto l’idea del viaggio, in quanto abbiamo capito che la voglia di confrontarsi e agire su questi temi era diffusa in tutto il Paese. Dunque abbiamo reso la Biennale itinerante affinché potesse raggiungere vari territori e, come dire, “ricucire” l’Italia: da Nord a Sud, poi di nuovo a Nord, poi a Sud.
Perché la scelta per il 2024 è caduta su Napoli?
La scelta di Napoli è stata anch’essa frutto di un percorso condiviso. Napoli rappresenta la città della prossimità per antonomasia e in un certo senso è una sfida nella sfida. Perché a Napoli tutto è prossimità, nel piccolo e nel grande. Nei prossimi mesi lavoreremo per allargare la maglia delle relazioni, a livello locale e nazionale, anche con le istituzioni: il ruolo del Comune di Napoli, ad esempio, sarà fondamentale per la strutturazione delle tre giornate. Del resto, come recitava una vecchia pubblicità, per dipingere una parete grande ci vuole un pennello grande: la sfida, cioè, è molto impegnativa perché si tratta di rappresentare tutte le sfaccettature della prossimità, sia in riferimento a Napoli come città ospitante, sia in riferimento a tutto il Paese, perché la Biennale è un’iniziativa di respiro nazionale. Una delle sfide della Biennale di Napoli sarà quella da una parte di continuare a rappresentare un punto di riferimento, per gli incontri che verranno organizzati; dall’altra, di proporsi come punto e momento anche di scambio con l’intera comunità, evitando cioè la formula di evento “chiuso”. Si deciderà nel percorso dei prossimi mesi, poi, se la Biennale prenderà la forma di un evento diffuso, oppure se sarà un evento che farà perno intorno a un luogo principale con una serie di luoghi satelliti intorno. Si deciderà, anche, se organizzare tappe intermedie di questo percorso in altre grandi città che pure si erano candidate, fra cui Reggio Calabria e Ancona. Ma al centro non ci saranno evidentemente solo i luoghi, perché un’altra grande sfida della Biennale di Napoli sarà quella di confrontarsi sull’importanza della rigenerazione delle relazioni: oggi c’è un grande bisogno di ritessere le relazioni, di farle tornare empatiche, di recuperare umanità e voglia di mettersi in gioco nella prospettiva del bene comune.
Prossimità e (ri)generatività: stiamo parlando della stessa cosa, c’è solo affinità o che altro?
La prossimità è per sua natura rigenerativa, perché dove c’è prossimità c’è rigenerazione: questo è un fatto che abbiamo riscontrato in tutte le esperienze avute lungo il nostro percorso. Un processo basato sulla prossimità, infatti, produce sempre una rivitalizzazione. Un esempio è quello legato alle Social street: quando una strada, una via, come accade in molte nostre città, diventa sinonimo di alienazione, individualismo, di vicinati che neppure si conoscono, chi prova a invertire la rotta organizzando momenti di incontro e convivialità innesca un processo che fa leva sulla prossimità e diventa rigenerativo. Un altro esempio del rapporto tra prossimità e generazione, particolarmente interessante e quasi doveroso avendo in mente le problematiche di una città come Napoli, è quello dei beni confiscati alla criminalità organizzata: quando vengono restituiti alla comunità in cui si trovano, a cui sono prossimi, si innesca un processo rigenerativo sia dei luoghi, sia della comunità, attraverso i servizi di cui in quei luoghi essa può fruire. La prossimità rigenera le relazioni e in questo modo si trasforma in azione che rigenera gli spazi, i luoghi, i territori. Ed è questo il tema centrale di cui parleremo a Napoli e prim’ancora nel percorso verso Napoli. Prossimità significa anche vicinanza nella condivisione di esperienze, nel racconto e ascolto reciproci. Per cui partecipare alla Biennale portando la propria esperienza, per significativa che sia, non significa mettersi in mostra in modo auto-referenziale, bensì condividerla in un confronto attivo che può portare a replicarla, modificarla, migliorarla, in una parola a renderla disponibile come opportunità di arricchimento dell’intera collettività.
“Voglio dire, voglio fare, voglio esserci!” è lo slogan che accompagna fin dall’inizio la storia della Biennale: che messaggio intende lanciare?
Lo slogan nasce dalla constatazione che quando c’è prossimità, tutte e tre queste dimensioni sono presenti: la volontà di parlare di situazioni di difficoltà, di problemi, di disagio; la volontà di agire su queste situazioni; la volontà, se il desiderio è quello di produrre un effettivo cambiamento, di essere dentro le cose non solo con le idee ma concretamente, fisicamente.
Qual è l’obiettivo dell’edizione 2024?
Ogni edizione della Biennale è originale anche per ciò che riguarda gli obiettivi, questa è l’impostazione che abbiamo sempre dato. Per l’edizione 2024 l’obiettivo è che il maggior numero possibile di persone, enti, istituzioni, associazioni e imprese, alla fine dei tre giorni dicano: «Mi sono divertito, quando si ricomincia?». Speriamo, cioè, che si diffonda una voglia contagiosa di dire, fare, essere prossimità.
