Nei giorni scorsi a Firenze, nell’ambito di #AGROFOR2030: PROTAGONISTI DEL NUOVO RINASCIMENTO (XVIII Congresso Nazionale dei Dottori Agronomi e Dottori Forestali), il progetto L’Energia del Bosco promosso da (RI)GENERIAMO, la società benefit e B Corp sostenuta da Leroy Merlin, è stato premiato per la tesi “Selvicoltura e pianificazione: la corretta sintesi tra sviluppo e tutela del territorio”. Insieme ad Antonio Brunori, Segretario di PEFC Italia, a ricevere il prestigioso riconoscimento c’era Marco Carnisio, tecnico forestale dell’Associazione Monte Rosa Foreste, che insieme a PEFC Italia è fra i partner del progetto.

In che senso L’Energia del Bosco opera una “corretta sintesi tra sviluppo e tutela del territorio”, come recita la motivazione del premio?

Questo progetto s’inserisce nel filone delle iniziative di contrasto alla crisi climatica. La riduzione delle emissioni di CO2 è un suo obiettivo prioritario, insieme alla valorizzazione dei servizi ecosistemici. Per conseguirlo si dimostra, carte alla mano, che con un certo tipo di gestione forestale, cioè con l’effettuazione di una serie programmata di interventi specifici e mirati, si riesce ad assorbire una quantità di CO2 superiore a quella che verrebbe assorbita con una gestione tradizionale. Assorbimento che viene poi remunerato con l’emissione dei crediti di sostenibilità. Sono molti gli elementi interessanti che caratterizzano il modello d’intervento de L’Energia del Bosco, ma credo che il più innovativo consista proprio nella presenza di un soggetto come (RI)GENERIAMO e in particolare nella sua partecipazione fin da subito allo sviluppo del progetto. Partecipazione che si manifesta ad esempio attraverso il co-finanziamento della pianificazione progettuale e del processo di certificazione di gestione forestale sostenibile, che viene rilasciata da PEFC Italia, o con il coinvolgimento attivo in ogni fase del processo decisionale.

Quanto è replicabile questo modello?

Il progetto è senz’altro replicabile. Ma lo si può fare in quelle aree forestali che sono, come dire, vocate a un’iniziativa simile. Non ce ne sono tantissime in Italia, anche se un buon numero sì. Per esse questo modello può rappresentare realmente un’opportunità importante di recupero, di autentica rigenerazione. Mentre in altre situazioni è preferibile perseguire il recupero attraverso strade alternative. Devono però essere aree, come dicevo, in cui sono rispettate alcune condizioni.

Quali sono queste condizioni?

Si tratta di una serie di condizioni socio-economiche e ambientali che permettono appunto al progetto di partire e soprattutto di stare in piedi sulle proprie gambe, in altre parole di auto-alimentarsi. Ad esempio, si prestano all’applicazione di un modello come questo aree boschive e forestali che attualmente sono abbandonate, dove il motivo dell’abbandono è essenzialmente che non riescono a dare reddito. La redditività che proviene dai crediti di sostenibilità cui abbiamo accennato, è quella che in questi casi può consentire di tornare a gestire tali aree in maniera efficace e in una prospettiva di sviluppo: penso ad aree boschive marginali che non hanno altre possibilità o margini per recuperare una redditività. Se un bosco è già ben gestito, infatti, nel senso che offre già una buona base di reddito la cui componente principale deriva ad esempio dalla produzione di legna, sperimentare una progettualità innovativa come questa può non essere di particolare interesse. Se invece ci si trova in una situazione in cui il semplice costo del lavoro per ricavare la legna da vendere già eccede i ricavi ottenibili, allora il discorso della vendita dei crediti di sostenibilità insieme a quello dello sviluppo dei servizi ecosistemici che il bosco può offrire, diventa molto interessante. Un’altra condizione, fondamentale, è l’estensione dell’area boschiva o forestale, che non deve essere inferiore a una certa soglia: per dare una misura di riferimento, a mio avviso al di sotto dei cento ettari di superficie ritengo che questo progetto sia difficile da attuare, in quanto deve poter fare leva su economie di scala. Anche perché c’è un’importante e impegnativa fase preparatoria del progetto di cui occorre tenere conto, che consiste nella pianificazione di una serie di interventi forestali e in particolare nel processo, di cui dicevamo, di ottenimento della certificazione. In Italia, però, avere a disposizione cento ettari in capo a una sola proprietà, vale a dire accorpati, non è sempre facile. Non è una questione del regime di proprietà, pubblico o privato, anche se va detto che boschi e foreste di proprietà ad esempio di enti religiosi ed ecclesiastici più frequentemente superano questa soglia. In genere, però, boschi e foreste in
Italia hanno una proprietà estremamente frammentata. Con a volte veri e propri fazzoletti di terra, di estensione cioè molto contenuta, su cui insistono numerose proprietà.

Quanto ai soggetti da coinvolgere, quali sono gli attori e le figure principali?

Sono diversi. Ci deve ovviamente essere “il boscaiolo”, vale a dire l’impresa forestale che traduce in pratica tutta la pianificazione che è stata definita a tavolino. Ma la figura cardine, e non lo dico perché appartengo alla categoria ma perché l’ho riscontrato nella mia esperienza, è il tecnico forestale: a lui compete la valutazione di fattibilità o meno dell’intervento, in base al tipo di bosco, da cui poi discende anche la convenienza economica del progetto, che come abbiamo detto è una questione centrale. Poi, ribadisco, a fare una differenza sostanziale, e decisiva, è il coinvolgimento partecipato e fin dall’inizio di soggetti come (RI)GENERIAMO. In progetti tradizionali legati alla monetizzazione dell’assorbimento di CO2 attraverso i crediti di sostenibilità, infatti, il proprietario del bosco di solito si limita semplicemente a produrre i crediti e a darli in mano a un broker che poi li vende sul mercato alla ricerca del miglior offerente. Qui, invece, non c’è solo l’interesse legittimo per la commercializzazione dei crediti, ma una piena e totale condivisione di tutte le decisioni, piccole e grandi, in cui il processo di gestione forestale via via si esprime.

Pensando all’intero patrimonio forestale in Italia, che spazi ci sono per l’applicazione di un modello ispirato a quello de L’Energia del Bosco? In altre parole, come si dice nel gergo dell’economia a impatto sociale, che spazi ci sono per “scalare” (aumentare di scala)?

Non penso che sia opportuno, oltre che possibile, come spiegavo prima, pensare a un’applicazione tout court, anche se non ho dati a disposizione per supportare questa mia tesi. Voglio dire che oltre alle condizioni da rispettare a cui accennavo prima, ci sono boschi che è opportuno continuino ad essere utilizzati, sempre con una gestione accorta ovviamente, per la produzione di cippato, per la legna da ardere, per fornire legno da travi, per far sì che i pali delle vigne siano in castagno e non in cemento, o per altri legittimi utilizzi ancora. E non è detto, quindi, che per questi boschi una gestione finalizzata in primo luogo alla massimizzazione dell’assorbimento di CO2 sia la scelta migliore. Perché ogni bosco ha la sua attitudine, potremmo arrivare a dire che ha la sua personalità, dunque bisogna esserne consapevoli e rispettarla quando si pensa a come può essere gestito nel modo migliore per soddisfare le esigenze della comunità. In altre parole, non sarebbe corretto pensare al modello de L’Energia del Bosco come a una medicina per tutti i mali. Invece è giusto e, anzi, inviterei a considerarlo come una ricetta molto interessante, e soprattutto innovativa, che in determinate situazioni può rappresentare un’ottima opportunità. Sarebbe sbagliato non esplorarla.

Posted by:rigeneriamoit

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