Il progetto L’Energia del Bosco per la riduzione dell’impatto ambientale delle imprese attraverso la valorizzazione del patrimonio forestale e dei servizi ecosistemici collegati, promosso da Leroy Merlin in collaborazione con (RI)GENERIAMO Società benefit e PEFC Italia, può avere l’ambizione di proporsi come modello paradigmatico a livello nazionale? Ne abbiamo parlato con Marco Bussone, Presidente UNCEM, l’Unione nazionale dei Comuni, delle Comunità e degli Enti montani, considerato da sessant’anni il “sindacato del territorio montano” in Italia.

Quali sono a suo avviso le caratteristiche più “sistemiche” de L’Energia del Bosco?

Sono diverse. Innanzitutto si tratta di un progetto virtuoso e win-win, che offre cioè vantaggi a tutti i soggetti coinvolti, incluse naturalmente le imprese. In secondo luogo è un progetto replicabile. Poi, ha dimostrato di funzionare. E di poter aprire piste di lavoro importanti in cui io credo moltissimo.

A cosa si riferisce in particolare?

Al fatto che questo progetto, ma possiamo chiamarlo modello, è incentrato sull’incontro tra sistema privato, cioè le imprese, e sistema pubblico, cioè gli enti locali proprietari di superfici boschive e forestali. Un incontro che scaturisce ed è finalizzato alla valorizzazione delle risorse forestali e all’assorbimento di CO2, nel reciproco interesse. Questo per noi è un punto chiave: i Comuni, infatti, pur essendo i proprietari di boschi e foreste, da soli difficilmente hanno modo di avviare progetti come questo. È una questione soprattutto di risorse, dato che non ci si può sempre e solo affidare alla spesa pubblica. Risorse importanti possono invece essere messe dalle imprese private che sono interessate, e ce ne sono in numero crescente, ad attivarsi sul mercato volontario dei crediti di carbonio. Un tema, questo, di cui tanti parlano e su cui circolano una quantità di idee. A mancare ancora in larga misura è invece l’operatività, sono pochi cioè quelli che stanno facendo operazioni davvero concrete, come ritengo sia invece quella de L’Energia del Bosco. Che a mio avviso, ripeto, ha le caratteristiche per rappresentare un modello su cui poter strutturare delle politiche.

In questo modello quale ruolo può avere una realtà come Uncem?

Potrebbe essere soprattutto quello di raccontare dell’esistenza del modello, spiegandone caratteristiche e vantaggi, ai nostri enti locali. Poi però il racconto dovrebbe essere ripreso e supportato anche da altri. Mi riferisco in primis alle associazioni imprenditoriali di categoria, che dovrebbero a loro volta spiegarlo alle imprese loro associate. Chiarendo in particolare che, dal punto di vista delle imprese, mettere delle risorse per servizi ecosistemici che consentono di aumentare l’assorbimento di CO2 non dev’essere visto come una spesa, tanto meno come una tassa, ma come un investimento. Le imprese ne hanno un vantaggio concreto e misurabile, intendo. Come Uncem, poi, un altro nostro compito sarebbe quello di adoperarci da una parte per mettere in relazione il mondo delle imprese con gli enti locali, accompagnandoli nella collaborazione. Dall’altra, per segnalare modelli come questo a chi ha il compito di definire politiche su scala nazionale, prendendo spunto dalle migliori pratiche già esistenti. La cosa fondamentale, infatti, è che venga definito un quadro chiaro di riferimento per tutti. In particolare, regole chiare, semplici e possibilmente di rapida attuazione per le imprese interessate ad operare sul mercato volontario dei crediti di carbonio.

Qual è la situazione dei crediti di carbonio volontari in Italia?

A livello nazionale stiamo attendendo, da molto tempo, il decreto attuativo che indichi come si realizza un’operazione seria, trasparente e strutturata sul mercato volontario dei crediti di carbonio. Oggi il problema è che accanto a iniziative e soluzioni efficaci, ce ne sono altre che lo sono meno. Siamo in uno scenario ancora un po’ selvaggio, insomma, che è negativo per tutti. Per questo occorre che venga definito un percorso concreto, dove tutti i soggetti sono coinvolti e protagonisti, e con elementi misurabili e valutabili. Del resto ciò che va fatto è già indicato in modo preciso nei testi di legge, penso al Testo Unico Forestale, alla Strategia Forestale Nazionale, alla Legge 158/2017 sui Piccoli Comuni e alla Legge 221/2015 che prevede appunto il mercato volontario dei crediti di carbonio e i sistemi di pagamento dei servizi ecosistemici. Si tratta cioè di attuare quanto a livello di ordinamento è già previsto. Il che permetterebbe di indirizzare flussi di risorse importanti verso i territori, consentendo loro di fare tutta una serie di cose da cui alla fine, come dicevo, traggono un vantaggio concreto anche le imprese. I nostri boschi e foreste sono un capitale naturale, hanno un grande valore, evidentemente anche economico. Ma vanno gestiti e valorizzati. Se non saremo bravi a farlo in
modo coordinato a livello nazionale, intravedo due generi di rischi.

Quali sono i rischi di un patrimonio forestale non adeguatamente gestito e valorizzato?

Il primo e forse più evidente è che boschi e foreste non gestiti, o peggio ancora abbandonati, si trasformano in emergenza. Che vuol dire danno, anche economico, per la collettività. Per cui bisogna fare il possibile per evitarlo. Il secondo rischio è che, se non agiamo bene e prontamente per indirizzare verso i territori i flussi di risorse che servono, potrebbe arrivare qualcun altro a farlo. Ad esempio il fondo sovrano di turno. Teniamo presente che l’Italia ha un patrimonio forestale molto importante, il 38% della superficie nazionale è coperto da boschi e foreste: è un patrimonio che a livello internazionale fa gola a tanti.

Posted by:rigeneriamoit

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