Per le imprese orientate all’impatto sociale come (RI)GENERIAMO, la società benefit sostenuta da Leroy Merlin Italia, e più in generale per l’economia purpose-drive, che momento è, quali sono le sfide e le prospettive nella fase post-pandemica? Lo abbiamo chiesto a uno dei massimi esperti in materia in Italia, Mario Calderini, Professore di Sustainability and Impact Management al Politecnico di Milano.

La prospettiva dell’impatto sociale sta avendo un ruolo nella ripresa post-pandemia?

Quando tutti noi siamo stati travolti, con la pandemia, dall’urgenza della sopravvivenza, si poteva pensare che avremmo un po’ dimenticato obiettivi più legati al medio termine, come la sostenibilità ambientale o il contrasto alle disuguaglianze. Invece è accaduto che la pandemia ci ha portato a riscoprire l’importanza di valori quali reciprocità, cooperazione, mutualismo. Quello che ora sta avvenendo è che numerosi segmenti di business tradizionale, dall’assistenza al turismo, dalla cura alla distribuzione, all’abitare, avvertono che non possono più non essere caratterizzati dal forte contenuto sociale. Non si potranno più dare un futuro, cioè, se non sapranno essere business di comunità. La visione a impatto dell’economia e del mondo sta uscendo dunque ancora più rafforzata dopo la pandemia. Anche se vi sono tendenze contrastanti.

Quali?

Provando a semplificare, all’interno del modello capitalistico stanno emergendo due tensioni ugualmente forti ma diverse. Da una parte c’è la tendenza a un’interpretazione della sostenibilità e dell’impatto un po’ di maniera, superficiale, in un certo senso opportunistica. Dall’altra, invece, c’è chi sta cercando di incidere concretamente e fortemente su modelli, rapporti, processi. Ad esempio sul rapporto con il profitto, sui modelli di governance, sul modello d’impresa in generale. Vedremo quale tendenza prevarrà.

Le società benefit sono un riferimento a cui guardare per chi davvero intende trasformare il modo di fare impresa nel senso dell’impatto?

In questo momento credo che uno dei segnali più chiari della trasformazione in atto sia rappresentato proprio dalla diffusione importante che stanno avendo in Italia le società benefit. Alle quali possiamo guardare come alla risposta a un bisogno di spostare l’impegno sociale, la ricerca dell’impatto, il desiderio di essere inclusivi, dall’ufficio in fondo al corridoio, per intendersi, cioè da qualcosa di marginale al core business e che si fa con il budget che avanza, a un elemento incastonato al centro della mission d’impresa. Un altro segnale significativo del processo trasformativo in corso è l’esplosione dei contenziosi su temi di sostenibilità e di impatto: consumatori e investitori hanno iniziato a litigare con le aziende, portandole in tribunale o minacciando di farlo, su questioni di sostenibilità che un tempo quasi non erano neppure sotto i radar. Se si inizia a spendere per avvocati e cause, significa che tutti questi discorsi si sono fatti seri. E a maggior ragione diventa importante indirizzarsi verso modelli come le società benefit o le B Corp, che permettono un certo livello di protezione di fronte a possibili azioni di responsabilità. Non si può dire oggi se la società benefit sarà il modello definitivo dell’impresa a impatto sociale, ma certo è il modo con cui ora si sta cercando più concretamente di modificare nel senso dell’impatto il codice genetico dell’impresa.

Quanto è centrale la dimensione della partecipazione nella prospettiva dell’impatto sociale?

Pressoché a ogni livello, da quello della partecipazione interna aziendale a quello che riguarda il coinvolgimento degli stakeholder dell’impresa, la questione della partecipazione ha una dimensione comunitaria molto importante. Anche le grandi corporation si sono rese conto che, se si prende sul serio la questione dell’impatto, vale a dire senza provare a fare i furbi, esiste il rischio di infilarsi in dinamiche che alla fine impongono quasi una scelta secca: o la rinuncia a un euro di profitto, o la rinuncia a un’unità di impatto. Un vicolo cieco, evidentemente. Per non finire in una situazione del genere, la soluzione è solo una: essere innovativi, creativi. Il che spesso vuol dire ricercare formule di partenariato, di cooperazione comunitaria, di partecipazione, appunto. Anche all’interno delle organizzazioni, dove l’impegno dei vertici e la definizione di politiche anche di grande qualità sono elementi necessari ma non sufficienti: se si vuole perseguire una missione a impatto in modo concreto ed efficace, è cruciale la capacità di stimolare una partecipazione collettiva identitaria nei collaboratori. A mio avviso la vera sfida manageriale, oggi, è trovare strumenti partecipativi che coinvolgano i collaboratori al fine di generare idee innovative che impattino positivamente le comunità.

Fra i progetti su cui (RI)GENERIAMO intende impegnarsi di più nel 2022 c’è L’Energia del Bosco. Alla luce delle considerazioni fatte prima, come lo valuta?

Del progetto L’Energia del Bosco apprezzo in particolare il modello di procurement finanziario, che è attento non solo all’erogazione di un servizio ma anche alla capitalizzazione di un bene futuro attraverso la compartecipazione tra soggetti privati. Da schemi finanziari e di partenariato pubblico-privato, o profit e non profit, evoluti, come in questo caso, credo che potrà dipendere molto in futuro la capacità di mobilitare risorse e iniziative di economia a impatto a grandi livelli. Al momento, tuttavia, mi pare che in tanti ambiti ciò non stia accadendo. Uno spazio, invece, in cui le cose sembrano muoversi in tal senso è quello della conservazione dei beni naturali. Si dovrà allora provare ad applicare queste soluzioni, sebbene sia più difficile, anche ai beni sociali, evidentemente più complessi da identificare e quantificare, basti pensare ai beni relazionali. Ma ci sono sperimentazioni interessanti al riguardo, ad esempio nell’ambito della rigenerazione urbana, dove nella regolazione dei rapporti tra pubblico e privato si possono inserire condizioni che impongano una progettualità orientata anche alla valorizzazione del capitale sociale. Come dire che al posto del capitale naturale costituito dalle foreste in progetti come L’Energia del Bosco, si dovrà iniziare a parlare di capitale sociale: in questi casi la misurazione non è facile, ma neanche impossibile. Voglio dire che si può fare. Del resto, anche alcune fra le più recenti raccomandazioni della Commissione Europea in materia di economia sociale, come il Social Economy Action Plan di dicembre 2021, vanno nella direzione della promozione di progetti con simili caratteristiche e finalità.

Posted by:rigeneriamoit

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